Laboratorio urbano - Mente locale

Il Laboratorio urbano - Mente locale è una iniziativa di auto mutuo aiuto che nasce tra i servizi della salute psichica e mentale del ASLTO1 di Torino. Inizia le sue attività il Giugno del 2000 e ci si incontra una volta alla settimana il Martedì mattino dalle 11.00 alle 13.00 circa, a Cascina Roccafranca, via Rubino 45, Mirafiori nord, Torino. Chi vuole sapere di più può scrivere a :laburb@libero.it




lunedì 4 aprile 2011

Resoconti sull'abitare



1.
Io non amo la mia casa,
decora la casa
e ti troverai sottomesso,
forse la casa
è solo un water più grande,
per questo ci vuole
indifferenza e transitorietà.

2.
La casa, questa casa,
un luogo non congeniale,
noi siamo fuori dal paradiso,
(la nostra vera casa)
scontiamo le pene,
in quanto abitati
dal seme della malvagità interiore,
concupiscienza,
consumi e società borghese.

3.
Adorare la nostra identità,
decorarla e ammirarla,
ma si può fare come Diogene
la casa in una botte.

4.
Pensare, sostare
tra me e me non è delirio,
è riflessione.
Rifletto a voce alta, cos’è il delirio?
La società è attraversata
da vari tipo di delirio,
io deliro a casa,
la casa tra rifugio e rifiuto,
le rejet et la rejette.
Intanto la casa proposta
non è la casa costruita da te
la casa va costruita intorno a te
ma di solito ci si adegua
a ciò che ti viene proposto.
Certo che il delirio si comunica
forse non sempre lo si comprende,
il delirio della casa
è la ricerca di un confine
dove si è accolti senza limiti.

5.
Ristrutturare la casa
e vivere il confine,
non accettarlo come a priori,
negli anni ’60 case tutte uguali
standard americani ,
architetti sconfortati
urbanisti suicidi
mobilieri arricchiti
casa e anonimia
costruire senza pensiero
e senza sacro.

6.
In casa ho un rapporto
col sacro e con la creazione
altre volte con la distruzione
armadi vecchi, rotti e spaccati,
stile Barotto.

7.
Abitare fondamentale,
corpo, casa, città, mondo
abitare col nostro spirito.
Casa fondamentale
pur essendo solo
non vivo nella solitudine
mi trovo a mio agio
in casa mia è tutto ordinato,
in viaggio da lontano,
dalla Tunisia alla Francia,
profugo, qua sono provvisorio
casa in Tunisi, in Normandia
in una caserma, coi commilitoni,
in casa tutto ordinato
certo, alti e bassi
ma grazie a voi, tutto bene.

8.
Quale casa? Dipende dai soldi,
in quale luogo, con quali mobili;
mi piacerebbe una casa
vicino al mare o una baita
per vivere in montagna.

9.
Io fra un po’, andiamo via!!!
Al di fuori di Dio non c’è casa!!!
La casa è un delirio
sfrattata e sempre sola
torno e non trovo più la casa
trasloco per paura
andiamo a Brusasco
ma il sindaco non ci voleva,
era una casa ATC dovevamo lasciarla,
dopo si sono aperte le porte
di Villa Cristina, ed ecco
il gruppo appartamento.
Dopo tanto tempo adesso ci riprovo,
ho trovato un compagno
e voglio rendere la casa bella.

10.
Addobbare e decorare,
gli altri mi decorano,
fin da bambini ci decorano,
desideriamo già il nulla
o al massimo il desiderio della madre,
la cameretta addobbata del bambino.
Ma è naturale addobbare!!

11.
Penso spesso all’addobbo e al decoro
io sono per lo spoglio,
per il minimalismo
la decorazione è il tentativo
di rattoppare i vuoti.

12.
Hai mai visto
i muri dei repartini
come sono spogli?
Ecco allora
che desideri un poster dozzinale
per aprire una finestra
sul muro spoglio e freddo.
In camera mia
parete A poster delle Iene
parete B i miei quadri
c’è un poster di Angellina
un quadro regalato
retaggio d’infanzia.

13.
In casa tutto bene
sono contenta
non mi disturba nessuno
sono al primo piano
quelli di sopra
non mi danno fastidio
mi tengono compagnia
con i loro rumori.

14.
Woody Allen:
da piccolo i miei genitori
hanno cambiato casa più volte,
ma io sono sempre riuscito a ritrovarli.

15.
Io mi vedo in casa mia,
ogni cosa parla di me
c’è identificazione totale
tra com’è la casa e come sono io.

16.
Io ho avuto
e avrò
molte case
non solo una,
la prima il ventre materno
il posto più caldo, comodo e protetto
che ho mai abitato.
Ricordo una panchina
a Madrid, tempi felici,
il repartino e Villa Cristina,
4 mesi è durato,
ma anche lì ho abitato,
ho trovato compagni ovunque,
in ogni situazione
da fermo o in viaggio,
noi abitiamo anche i treni
in cuccetta da solo o con altri
dovunque noi facciamo casa
un luogo dove cacare e mangiare
scrivere, dormire e fare le nostre attività.

17.
L’ATC ti dà tre possibilità di scelta
alla fine trovo una casa piena di chiodi
corrente staccata, candele dimenticate,
mi sono adattato, ho bisogno di un luogo.

18.
Non c’è abitare originario,
non c’è ventre della madre,
la superficie decorata delle nostre case
è l’epidermide urbana,
i decori tatuati delle strade.
Sotto non c’è nulla,
se togli la superficie
rimane l’intangibile.

19.
Delirio urbanistico imposto dal potere,
celle e cellette claustrofobiche,
ci rifugiamo tutti sui balconi,
con i nostri deliri
per prendere un po’ di respiro.
Psichiatra e architetto
autocostruzione e piano regolatore
tra ordine grande e disordine minuto
resistenza contro il grigio
colore naturale del cemento
e del Modulor.

20.
Visto che casa mia non c’è
da nessuna parte
e sono sempre di passaggio
un abitare itinerante
sempre precaria e provvisoria
la casa di adesso è in vendita
ho già fatto il trasloco
delle cose di mio marito:
tutto giù in cortile,
così impara a fuggire
dopo che mi hanno ricoverata.

21.
Non mi sento di avere una casa
si, una casa fisica, un letto-rifugio
ma l’anima mia
non trova posto in casa,
cerca una donna per poter riposare.
E’ indispensabile abitare il pianeta
saper coabitare con i vicini
ospitalità reciproca,
l’ospitalità fa la casa
una convivialità senza imposizione
riposarsi, ristorarsi
trovarsi a proprio agio,
ma essendo cristiano
credendo al dio mistico
il mio cuore si riposa nel divino,
la casa vera è la Gerusalemme celeste,
non tanto una casa ma un luogo è necessario,
per ognuno di noi
c’è una stanza vicino a Dio.

22.
Non cercare l’ospitalità, sii ospitale!
Il sole esiste per tutti
e il cielo è sempre più blu.

23.
Casa mia è accogliente
fino a un certo punto
e se non è accogliente per me
come fa ad essere accogliente
con un altro? Cosa manca?
La disponibilità della madre
di accogliere un’altra persona,
Mimì Aiyuwara o Jessica Rabbit
cartoni animati e letti condivisi
non trovano accoglienza
a causa del divieto della madre.
A Mosca, in periferia
tangenziale moscovita
casermoni sovietici all’ultimo piano
d’estate a Stroghinò
per imparare il russo.
Triste tristissimo
pericoloso e deprimente
ci vogliono più alberi e verde
non piante di tabacco ma canapa indica
così la finiamo con la guerra in caucaso.


24.
Abitare il mondo intero
in uno stato di guerra permanente
un mondo invivibile
senza armonia con gli altri,
siamo ospiti
non padroni sulla terra,
astronave pianeta terra
sei miliardi di passeggeri
senza un capitano,
solo equipaggio
attenzione e ospitalità verso gli ultimi.

25.
Ultimamente, non mi so abitare,
mi rendo inabitabile ed inospitale,
me la prendo con niente,
cambio in base alle cose esterne,
divento pericoloso,
ci sono i vigili e divento vigile.

26.
Casa troppo piena
cose vuote da buttare
per far posto a cose nuove.

27.
Addobbare e arredare
una casa in mare
piena di conchiglie
ma quasi-quasi faccio
una casa di mare a Torino,
ma siamo condizionati
e non c’è libera scelta,
e poi c’è il delirio.
Cosa c’entra?
Abito l’inabitabile
parlo il delirio
inospitale all’altro
l’altro sorvegliante,
non sopporto il regolamento condominiale
sistemi di controllo sociale
dell’uomo potenziale.

28.
Io a casa mia ci sto bene,

dentro di me a momenti alterni,

ma a casa, anche se c’è caos

ci sto bene, ci si sta bene

coi colleghi.


29.
Io vivo solo ma a casa ricevo

parecchie persone:

infermieri, operatori,

persone pulite di fiducia

e così sono di buon carattere.


30.
Ma tutti hanno una casa?

E la gente per strada

con le pezze aggrovigliate attorno?

A me manca la terra,

un po’ di campagna.


31.
Ultimamente mi ospito bene

in sala, in camera, in cucina,

più che altro sono sempre fuori

in giro in bici per commissioni,

quando torno a casa

mi ospito in libri di letteratura

con appuntamenti precisi

vado nelle varie stanze,

ogni stanza una cosa da fare,

un tempo.

Tutto è scandito

anche gli appuntamenti

con i gatti nei momenti liberi

per schiacciargli il naso

e grattarli.

Il gatto nero mi schiavizza

perché vuole essere grattato

e gli dico:“Tu mi schiavizzi

caro gatto nero”,

ma gli voglio un bene tremendo.


32.
Appuntamenti fissi

con le sigarette

con le telefonate

con le stanze

con le cose

con i gatti.

Se sgarro sorgono

turbamenti e disturbi

che devo poi fare la fatica

di accettarli.


33.
Io mi ospito volentieri

all’interno del mio miniappartamento,

faccio vedere la mia camera

e poi tutti fuori.

Mi ospito e mi isolo.


34.
Ma l’altro è impastato nel dire.

A me le altre persone

mi fanno paura.

Ma come ospitiamo noi stessi

senza l’altro?

E’ un assedio continuo!

Io non voglio fare niente

a casa mia per troppi

impedimenti familiari.


35.
Il panico
si combatte

con il sentimento di volare.

Io a casa mia

mi sento più che accolta,

covata come un uovo!


36.
Io mi trovo bene a casa

perché vengo qua.

Io sono a disagio a casa

quando non ho da fare, ma ospito.

Accettare e ospitare:

c’è differenza in ampiezza

e attività.

L’ospitalità è sacra.

Abramo salva un fuggiasco

perché è un ospite.


37.
“Dove poso il mio cappello,

lì è la mia casa”,

non ho la proprietà della mia casa

ma è casa mia, l’ospite

si ospita.


38.
Io riesco ad essere più ospitale

per colpa della fidanzata.

Io mi accolgo quando so chi sono

se c’è un terremoto

in questo me stesso

mi prende l’inquietudine

e vado in angoli che placano

e con sforzo includo l’altro

che fa terremoto.

Dalla mia stanza

all’istanza dell’altro.


39.
A me angoscia la domanda

la mia ospitalità è in crisi

non sono più in grado

di ospitare ed essere ospitata:

accolgo persone e mi lasciano

un senso di estraneità:

sono estranea a me stessa.

Potrei fare meglio

ma non riesco.


40.
Ospitalità eccezionale:

da bambino cercavo

ambienti nuovi

perché avevo una famiglia difficile,

ospitato da altri bambini,

poi vagando per il mondo

mi fermo in via Dina

e proponevo ospitalità.


41.
E allora mi venga

a trovare a casa che sono sola.

Io in casa ho due sedie

pure sgangherate

non stanno in piedi

e allora devo farti

sedere sul tavolo,

e comandi!

Ma come il film

sedotta e abbandonata!


42.
Oltre il centro diurno e l’ambulatorio
facendo mentelocale
mi accorgo che fuori
è tutto vuoto
relazioni zero.
In casa
due sedie rotte
sgangherate
non si può neanche sedere
ma a te Carmen
ti faccio sedere sul tavolo
e poi ti mangio.

43.
Uscire dall’angolo
stabilendo contatti con gli altri
in un movimento di fiducia.

45.
Io sto all’angolo,
non nell’angolo.

46.
L’angolo per me è la casa
ed è tutto misurato,
silenzioso
e da lì osservo tutto,
un angolo millimetrico
in cui si vede anche nelle tenebre.

47.
Il mio angolo è quando mi addormento
nel mio angolo, nel mio posto!
L’angolo è l’angelo custode
che veglia su di me:
non vivo solo sull’immagine.

48.
L’angolo inattivo è un angolo morto,
si attiva se lo abito
come il letto in cui sogno
e il cuscino rappresenta
una persona:
un lampo atomico
velocissimo
caldissimo
accecante
come l’amore.

49.
L’angolo aiuta a chiudere
un libro e ricordare
dove si rimane.

50.
L’angolo è la Tunisia
in lingua italiana
parlata con i figli
la casa degli angoli
in cui mi specializzo
in lingua materna.

51.
Un angolo titanico
nelle sculture che faccio
divinità del ghiaccio
visibile per invito.

52.
Il mio angolo è la sigaretta
ma spero che sia la preghiera
per igiene del comportamento.

53.
Aspettami all’angolo!

54.
Un angolo bello
è la spiaggia di Paraggi,
una curva incantevole,
un angolo di mondo
come il mio letto:
angoli di buona solitudine.

55.
Il mio angolo è il letto
e un libro,
sono angoli di piacere,
e il libro sul letto
è un piacere al cubo:
dopo il condominio di carne
il leggio di carne:
un Tripnoil!

56.
Buon Natale e Buon Angolo!!!

57.
Casa e spaesamento,
il perturbante di Freud
«quella sorta di spaventoso
che risale a quanto ci è noto da lungo tempo,
a ciò che ci è familiare»
angoli di casa che ti parlano
cose inominabili
i segreti della casa
ma, la casa ti parla?
“Di ciò di cui
non si può parlare
bisogna tacere”
se non sai,taci!

58.
Sono impulsivo ed esagero
bisogna negoziare
una casa cosmica
dove dalla finestra
entra l’infinito
e non lo sbraitare dei bambini.

59.
Una casa ordinata
va bene finché c’è autonomia
dopo, non so cosa sia meglio
un pensionato
o una giovane badante?
Per adesso la casa
mi ripaga dei sacrifici fatti.

60.
Parlando con la casa
di casa e libertà
ho scelto la casa,
il gruppo appartamento,
l’inquietante è fuori
ma dentro, certe volte
le relazioni fanno fatica
e la casa perde accoglienza.

61.
Tra inabitabilità della casa
e inabilità ad abitare
sento, piazzato in cranio
percussioni quotidiane
prodotte da soggetti domestici sordi
che abitano sopra di me,
un soggetto che è di una certa età da sempre
un pasticcione, preso da se stesso
che produce musiche e suoni laceranti
una rovina per l’ambiente
uno scempio per la letteratura musicale
una rovina soprattutto per i bambini
uno strappo al ritmo e alle orecchie,
ho provato a suonare con lui
con i spartiti uguali
il tema di Lara
composto da Maurice Jarre
per il film Il dottor Zivago
una coazione a ripetere
in modo ossessivo
sequenze memorizzate in profondità
mattino e pomeriggio
errori e inceppamenti
un disastro
ma almeno
mi fa sentire meno le voci.

62.
La casa un inferno
altrochè culla
mi faccio del male
i bambini degli altri piani
mi fanno imbestialire,
tutto il condominio
trapassato di voci e grida
arrivano fino su
al sesto piano
e mi portano al limite
ho il terrore di andare a dormire
rumori, rumori e rumori
di bambini che giocano
e battono i piedi
ma anch’io ho il diritto al sonno e al riposo.

63.
Vivo in famiglia
in un condominio controllato
stento di cambiare le lampadine bruciate
e sento il rottwailer della padrona di casa
che mi bussa alla porta,
tutte le notti sento
una biglia, che a mezzanotte
rotola sopra la mia testa.

64.

La casa incorpora i miei sensi di colpa
abitano agli angoli sporchi,
allo stipite della porta staccato,
in ogni goccia del rubinetto che perde,
cari mi sono gli anfratti
dove si nascondono i bambini,
un letto che appare di notte e
scompare di giorno
una stanza transito
una terra di nessuno
sicuramente non mia
ma neanche di mia sorella
dovevo volare e non toccare
il pavimento appena lustrato
da mia madre; mi hanno insegnato
come non abitare la casa,
come fuggire da essa.

65.
Tra le tenebre e il chiarore
si sosta di continuo
non aggiusto il lampadario
perché mi piace la luce soffusa
irradiata dal monitor del computer
ma ogni tanto ho nostalgia
di una luce chiara e forte
che dissolva le tenebre.

66.
Sto con mia madre
ma da quando
ha ristrutturato casa
senza chiedermi niente
non mi sento più,
non la sento più la casa
e passo molto tempo fuori.

67.
E’ mattina,
già cantato il gallo
è svanita-svenuta
la donna vestita di nero.
Per conquistare la casa
ho perso la mia libertà
ma ho avuto i miei privilegi,
cercasi castello
con genitori inclusi.

68.
La casa dentro in un condominio
e dentro casa
una casetta tutta mia,
camera e bagno solo per me,
la cucina in comune
e va tutto bene.

69.
La casa non parla con me
ma parla di me con gli altri
che fanno visita;
mi ricordo
parolacce e litigi
fughe e separazioni,
che hanno fatto posto
a infiniti silenzi e tanto odio
ma sento
la riconciliazione vicina
dopo tanto tempo
e il padre ritrovato
sento di rivivere e di respirare
senza catene
per sentirmi viva.

70.
La casa
poco per volta
resa inabitabile
ristrutturando
mi trovo allergico alle vernici,
i fili elettrici
mi fanno inciampare
e passo dall’agio al disagio
a fasi alterne
fantasticando sul cuscino
che meno male
è anallergico
cosi gli acari non fanno festa.

71.
Timore e curiosità
per le cose del passato
apro la porta e
brivido, mi investe il tempo.

72.
Alle quattro, quattro e un quarto
sento il gallo che canta
e i bambini che piangono.

73.
Alle tre del mattino sono sveglia
e prendo il caffè
ascolto i suoni e i rumori
del risveglio del mondo,
sbadigli, rutti e petti
che se ne vanno nel tinello
come mio marito
che se ne andò
quando scoppiò la malattia
non riuscivo più a essere madre di mia figlia.

74.
Case murate,
gente che sparisce
e desolazione in borgocina
e l’associazione che fa?
Condomini con la torta in mano,
ti spaventano
o ti aiutano ad ambientarti?
Quando ero isolato
nessuno è venuto a cercarmi!

75.
La malattia in casa mia
non è mancata mai
ma esistono anche i miracoli.

76.
Sradicato andavo alla ricerca
Di un vaso e un po’ di terra
A casa mia, pieno, di notte
vedevo il poltergeist,
trasformazione
delle mie esperienze sensoriali.
Sogno ad occhi aperti
un gatto nero
ma è solo un guanto

77.
Vivere da soli
fa venire la tentazione
di parlare da soli
la vicina mi dice
che anche le mura hanno orecchi
e allora resisto:
se mi viene voglia
di parlare da sola
canto.

78.
Ho letto lo stradario:
mi è venuto in mente
che abito il mio corpo.
Per me questo è un luogo amico
ma devo fare una ginnastica
per abituarmi.

79.
Cosa devo dire…
la solitudine è quando uno
si sente solo,
senza parenti o amici,
ma io anche così non mi sento solo
a casa non mi sento solo
perché c’è la televisione,
né al supermercato
né in autobus.
Non c’è verso in questo mondo
di sentirsi soli!

80.
Una sfera onirica molto abitata
non protegge da solitudini
in cui si cade come un sasso
senza paracadute.

81.
Mi succede che mi sento sola
in una folla di gente
e mi ritiro.

82.
Ma da soli la solitudine
non si combatte
devo bussare ai vicini
o mi salva la radio.

83.
Fra sé e gli altri
distanza siderale
costretta a convivere con la famiglia
e la paura di rimanere sola e isolata,
dimenticata;
se non c’è mia madre
chi sta con me?
Meno male che ho il senso dell’arte

84.

Sono discesa, rintanata a casa
come in un porcile
non aprivo a nessuno
c’ero e non c’ero
iniziata a risalire, me lo sento
o su o giù
sto reggendo cercando di mangiare bene
il titolo “il serpente imbalsamato”.

85.

In famiglia siamo in tanti, tante sorelle
hanno fatto il passaggio di proprietà
volevano la casa
dicono: non hai diritto di intendere e di volere
non mi considerano
ma alla fine
mi hanno chiesto scusa

86.
Tema scottante
io non mi posso sposare
avere figli
non me lo permettono
avere una casa
una propria famiglia
obbligano all’aborto
un pregiudizio

87.
La casa, una casa macerie
il terremoto può dare una mano a dimenticare
i trecento morti annegati,
un esodo pazzesco

88.
Ritornando a casa dal esilio
ho dimenticato la dentiera,
un viaggio di sola andata.

89.
Abituare la distanza,
abitare la distanza e
per soffitto avere il cielo con le nuvole:
da Mente Locale a mente spaziale.

Il Laboratorio urbano - Mente locale è un laboratorio relazionale e di comunicazione promosso da pazienti e operatori del Centro Salute Mentale e del Centro diurno di C.so URSS 220 del ASLTO1 di Torino. Inizia le sue attività il Giugno del 2000 e ci si incontra una volta alla settimana il Martedì mattino dalle 10.00 alle 13.00 circa. Chi vuole sapere di più può scrivere a: laburb@libero.it

domenica 3 aprile 2011

Allucinazioni, voci e visioni



Voci e visioni


1.
Le visioni sono la mia parte oscura.
Ma per fede?
No, mi arrivano e vedo cose
che non esistono.
Sono suscettibile al panico.

2.
Io sono qui per stare meglio
perché sento le voci dire 4 nomi,
mi ricordano il passato
e mi viene l’angoscia
della mia vita sofferente:
senza affetti e con troppo passato.
Sento cose ed ho paura di me stessa
e prego perché non so se sono vere
o sono finte.
Stando con gli altri
le voci si attenuano

3.
Le voci mi dicono
che sono intelligente
ma è un’intelligenza casereccia.
Come respira il cervello?
Come un gioco di plastica
che si apre e si chiude.

4.
Sogni a tre dimensioni
a cui dò un corpo sensibile.
Cioè un’anima?
Non distinguo i sogni
dalla realtà.
Chiedo che qualcuno
mi vada a trovare a casa.

5.
Le voci mi dicono
che ho una intelligenza casareccia
l’igiene del comportamento
fa respirare il cervello
si apre e si chiude
un modello meccatronico
con un viso sacro.

6.
Una mescolanza
di sogni e realtà
the best of the best.

7.
Non voglio incominciare
a parlare da sola
perché anche i muri hanno orecchie.
Cantare si ma parlare da sola no.
Oggi se parli da solo
non è più segno di follia:
basta avere l’auricolare,
come dice Ron Coleman.

8.
Sentire le voci,
fissazioni nel cervello…
con l’aiuto della madre
e dello Spirito Santo
le ho zittite.

9.
Faccio girare le mie voci,
le dirigo e le castigo…
persone mansuete e presenti,
un traffico pazzesco.
Domando e autorispondo.
Personifico, la nomino,
Sharon è il suo nome
e le dedico anche una poesia.
Mi domando e mi rispondo.
Mi spegne le tendenze suicide,
si manifesta come un angelo custode.

10.
Tempo fa le sentivo le voci,
vipere insinuate nella mente
ma cure e medicine le fanno sparire.

11.
Sradicato
andavo alla ricerca
di un vaso e un po’ di terra
a casa mia, pieno, di notte
vedevo il poltergeist,
trasformazione
delle mie esperienze sensoriali.
Sogno ad occhi aperti
un gatto nero
ma è solo un guanto

12.
Vivere da soli
fa venire la tentazione
di parlare da soli
la vicina mi dice
che anche le mura hanno orecchi
e allora resisto:
se mi viene voglia di parlare
da sola canto

13.
Ma che male c’è?
C’è un modo per eliminare le voci?
Parlare da soli è parlare con le voci?
Ma le voci cosa sono?

14.
Sono rovinose,
dicono cose nere.
19 anni e mezzo per eliminarle
conservando il lato positivo,
la madre e non la religione.

15.
Io le mie voci le faccio girare
sono voci presenze
che si impongono ma io le castigo:
loro sono mansuete
e ci dialogano.

16.
Se parli con gli altri
le senti? Si.
A me invece se sono impegnato
non parlano.

17.
Una cosa è la creazione
una cosa sono le voci.
Crei un’immagine delle persone.

18.
Io ho dato un nome di donna alla voce,
e deduco che è un modo
di autorispondermi.
Mi faccio domande,
tipo se una persona
è una buona persona o no,
la voce dice no alle mie
tendenze suicide, si manifesta
come un angelo custode.
Ma gli angeli custodi
servono a custodirti in te.

19.
Io le ho sentite tempo fa
e con le cure si disintegrano,
sono vipere che si insinuano
velenose nella tua mente.
Nostalgia delle voci?
No o forse si, bella domanda.

20.
Io non le ho mai sentite le voci
avevo un pensiero che era un tormento,
temevo diventassero voci.
Non ho sentito le voci
Ma l’effetto è stato uguale.
ne sono uscita
con gli altri,
l’importante è non rimanere
da soli.
Metterci del proprio
senza cedere all’etichetta,
di malato mentale.

21.
Tribù con metri elastici
misurano diversamente
e tutto cambia.

22.
Io sento cose vere
magari passate:
vedo un gatto nero
perché vorrei un gattino
e non posso.

23.
Sarà capitato anche a voi
di avere una musica in testa.

24.
Io sono stato uno, nessuno e centomila
Viso sacro e sguardo acuto,
ho ingoiato un motore diesel
ma si è fermato in gola.

25.
Io se faccio qualcosa,
perché mi considero guarita,
arrivano le visioni, i disturbi
e spariscono se mi fermo
che non mi sembra vero.

26.
Ho ascoltato tutto e
non ho niente da dire
vedo solo tutto sporco.

27.
Senza averlo mai conosciuto
quattro anni fa
ho sentito la voce del padre morto
ho avuto paura
e mi hanno ricoverato;
distanza insuperabile.

28.
Le voci, le visioni
una sfiga o un dono?
Sono questi i segni
della mancanza degli affetti?
Cresce quest’ansia
che tutti ci unisce,
con suoni particolari
senza musicalità
déjà vu mentali
déjà vu dei luoghi
ho già vissuto queste presenze
peccato che certi
hanno perso la capacità
di sentire i miraggi vocali.

29.
Sovente sento una voce
mi chiama per cognome
sono loro che mi chiamano
io sono affezionato ai miei antenati morti
misuro con piacere la distanza
seguendo le tracce lasciate.

30.
Unico, insostituibile, inimitabile
sento il suono del tuono
ma non ci sono orecchie
che possono udirlo.

31.
Vedo i morti e gli angeli
i sposi, i cani e i gatti
senza paura nel buio,
mi chiedo
perché capitano a me?
e non ho risposta
ma non mi dà fastidio.

32.
Da distanze immense
le figure dei defunti
si presentano
come presenze amiche
occasione di riconciliazione post mortem
con il proprio padre.

33.
Il profumo delle cose vicine
e i miraggi vocali:
qualcuno ci parla
ma non ha parlato
e la mente emette suoni
senza apparecchiature
avverti la presenza,
ma nessuno c’è.

34.
“Ho sentito la presenza
di mio padre morto
e mi hanno ricoverato”
“perché facevi il pazzo?”
“SI”
“ma perché eri pazzo di gioia o di paura?”
“per paura!”
“Peccato, potevi rivederlo”

35.
Suoni senza musicalità corrente
a volte li sento e ho dei dejà-vu
dejà- vu mentali e dejà – vu dei posti:
modulazioni di distanze.

36.
Mi sono sentito chiamare
per cognome
dalla casa vuota, è un mistero
e se anche ho paura del buio
non sento presenze
ai morti sono rimasto
affezionato.

37.
“A me appaiono visioni, perché proprio a me”
“ma anch’io ne ho, di brutte,
e sono stufa, stufa, stufa!”
Si deve tenere una certa distanza
è una cosa vera e non è mai negativa.
Io soffro, per le persone morte certo,
ma non ho mai visto persone morte, vive.

38.
“Tutto bene”
è un cane rognoso
sento la voce che mi dice
“dì che va tutto bene”
è un incubo
va tutto male

39.
Va usata con cautela
la “malattia mentale”,
Roncoleman si vede
che è ammalato di voci
o si guarisce
o si convive
io prego tanto
ma intanto
prendo le medicine

40.
Io ho le voci
ma non sono mie
la salvezza possibile:
ci devo convivere.

41.
Io non ho più deliri né voci
e non so cos’ha funzionato.
Non riuscivo a trovare
un filo di realtà
e non mi era rimasto
più niente.

42.
Il sol vide spettacolo tremendo
le prostitute che ti succhiano il sangue
una visione della realtà regredita
ma un anno in clinica, poi si guarisce

43.
Visioni, allucinazioni camminano sul tetto
muffe nelle crepe, non so spiegare
televanno via e poi,
panico, “zac” ritornano
Sento la voci, trenta per tre
gestire il proprio incubo

44.
Non ho niente da dire
io ho delle visioni
che faccio passare
con la tele-visione.

45.
Come si fa
a entrare in un negozio
se vedi tutte le vetrine sporche?
Come si fa a parlare
a una persona
se vedi che ha tutti i denti neri?
Come si fa a sorridere
a un sorriso nero?
Vedo tutto sporco di nuovo.

46.
Vedo lo sporco sotto ingrandimento
meno male
che gli sposi e i cani,
i gatti e i cavalli sul tetto
non gli vedo più
la televisione gli fa passare.

47.
Vedo gente
intrappolata
dentro una scatola
chiamata televisione
corpi fatti di pixel
e l’unica cosa che non hanno
è l’ombra,
come noi viventi.

48.
Non faccio più domande
perché sto meglio.
Non voglio più svegliare la bestia!

49.
Ma Nietzsche aveva le voci?
Io ho le voci
e tutto è una realtà senza risposta,
come comunicare?
Con quale pensiero?
Chi ha una esperienza simile
che mi può aiutare?
Incontro uno e allora capisco
che sono cose strane,
che mi impediscono di pensare.

50.
Le voci restano sempre
cambiano di intensità
invento strategie
come mettermi in relazione
con persone diverse
non solo con lo psichiatra
certi farmaci
mi fanno stare peggio delle voci.

51.
Le voci sono andate via,
annientate da Superhaldol.

52.
Convivo con le voci da sei anni
cercando di non deperire
provo e riprovo vari farmaci
certi mi fanno proprio male
mi cambiano il bioritmo
abbassano il volume
ma non cambiano canale.

53.
Sento voci
denigratorie e offensive
“sei una nullità”,
allora
scatta chiusura a riccio
ma la terza gamba
invade la mia mente
con armi di distruzione di massa.
Adesso non le sento più
ma ne serbo memoria
sono come in stand-by.

54.
Dionisiaco
senza voci
ma solo con le vostre angosce,
“tu sei pazzo”
sentito al infinito
prendo e butto le medicine
mi ricoverano
farmaci di nuovo
dalinvegaalhaldol
e poi niente voci.

55.
Tra inabitabilità della casa
e inabilità ad abitare
sento, piazzato in cranio
percussioni quotidiane
prodotte da soggetti domestici sordi
che abitano sopra di me,
un soggetto che è di una certa età da sempre
un pasticcione, preso da se stesso
che produce musiche e suoni laceranti
una rovina per l’ambiente
uno scempio per la letteratura musicale
una rovina soprattutto per i bambini
uno strappo al ritmo e alle orecchie,
ho provato a suonare con lui
con i spartiti uguali
il tema di Lara
composto da Maurice Jarre
per il film Il dottor Zivago
una coazione a ripetere
in modo ossessivo
sequenze memorizzate in profondità
mattino e pomeriggio
errori e inceppamenti
un disastro
ma almeno
mi fa sentire meno le voci.

56.
La casa un inferno
altrochè culla
mi faccio del male
i bambini degli altri piani
mi fanno imbestialire,
tutto il condominio
trapassato di voci e grida
arrivano fino su
al sesto piano
e mi portano al limite
ho il terrore di andare a dormire
rumori, rumori e rumori
di bambini che giocano
e battono i piedi
ma anch’io ho il diritto al sonno e al riposo.

57.
Io ho le visioni
ma non ce l’ho scritte
sulla fronte
e le dico non a tutti.

58.
Tra vicende e pensieri
dal esterno al interno,
voci perenni,
istigatorie,
ricattatorie
insulti bisbigliati
quasi ascoltati
insulti gravi
eteroguidati
molte volte
attribuiamo
le nostre paure
i nostri pensieri
ai nostri nemici
di oggi e ieri.

59.
Una volta
stando vicino
a tanti ragazzi
io e lei
siamo entrati
in bocca a tutti
presi in giro
paranoizzati
ma alla fine
si è scoperto
che parlano d’altro
non un commento
su ogni mio
comportamento.


60.
Ho sentito le voci
del vocifferaio magico
dal piffero maligno
ma ero ammalato
ho visto i patemi falsi
del grande fratello
commercio delle lacrime
ma ero disperato
son vissuto
nello smog mentale
fuliggine e rabbia inespressa
torbide e inutili le relazioni
e sono carico
di mille tensioni.

61.
Senti delle voci?
Si!
Anch’io le sentivo
ma erano cattive, istigatorie
e sono andate via con la ziprexa.

62.
Beato te, io ce le ho sempre
menomale che Dio mi redime,
perché le voci ti dicono cose
che neanche pensi
e poi questo è malocchio.

63.
E poi i miracoli di Cristo
e non ho più niente
in mente.
Barabba l’ha fatta franca!

64.
Ma cosa vediamo
quando udiamo?
C’era un film:
non guardare il sole
che ti accechi,
detto a un bambino dalla madre,
poi diventato cieco
vede tutto
con il desiderio dei numeri.

65.
Io da piccola
ho visto l’occhio di Zeus
in collegio, un castello antico.
Quando ho divorziato
con mio marito, guardo
la madonna che rideva
e gli ho offerto del succo
e da lì mi ha sempre aiutato.

66.
Sono vere le parole
sono vere le paure.
Guardare, vedere,
ascoltare e sentire
mondi e strategie di lotta.

67.
Voci negative
e voci positive.
Serve un potere per liberarsi
Che differenza c’è fra l’angoscia
e l’attrazione sacra?

68.
Angoscia delle voci negative
che dicono che sono una nullità
e resterò solo tutta la vita
ma perché, in nome di che?!

69.
Voci istigatorie mi accompagnano da tempo
angoscia alleviata dal farmaco
scoglionata dalle fatture che mi fanno
non riesco a leggere il vangelo
mi fanno pregare il diavolo
aspettando il miracolo
il sacro che toglie l’angoscia.

70.
Cosa vediamo quando udiamo?
Cieco vedo tutto,
da bambino ho guardato il sole
trasgredendo il divieto del padre,
cieco vedo tutto,
ho visto la sezione aurea del mondo
ho visto gli occhi di Dio
accompagnati dalla madonnina
che mi offriva
il succo di frutta miracoloso.

71.
Queste parole sono vere
non sono un’invenzione
o un capriccio,
l’occhio pineale
sole cieco o
sole accecante
distingue tra
guardare e vedere
sentire e ascoltare.

72.
Angoscia delle voci negative
che mi parlano
della mia solitudine permanente.

73.
La mia malattia :
quando questa mano
comincia a tremare,
non si ferma più
e non riesco a prendere
più niente.
Tutto è guarito
ma ho ancora le visioni,
tutto sporco, con la muffa
e la barba.

74.
Voglio dimenticare i dispiaceri
se ho avuto 99 piaceri
l’unico dispiacere mi gira
nello stomaco. Mi fa rabbia,
ed ecco le visioni,
personaggi in televisione
tutti con i baffi.
Poi tutto torna bello.

75.
Cado nel caos
e vivo nel caos,
ogni tanto mi rifugio
nel silenzio
della bottega delle parole

76.
Sono una ragazza
che combatte
nel ring cosmico,
una Rambo femmina,
come arbitro,
voglio Dio stesso.

77.
Stando in riva
e sempre in divenire
guardo i corsi d’acqua
che scorrono.
Dalla Riparia alla Baltea
la Dora è d’oro
flusso sacro
fiume di parole
che attraversa la città.

Lo stradario, storie e cartografie di smarrimenti




Il Laboratorio Urbano Mentelocale, associazione di auto mutuo aiuto nell’area del disagio psichico e mentale, presenta Lo Stradario, poesie e immagini per raccontare le culture dell’abitare e le strategie di “sopravvivenza urbana”: storie e cartografie di smarrimenti, per svelare il volto della città nascosta.

Le Troixieme Charge






Una storia surreale. L’ultima produzione del Laboratorio Urbano Mente Locale.
In casa sua Ugo controlla e riordina i documenti relativi alla sua pensione; il protagonista, di origine francese, in Italia da molti anni,percepisce una pensione equivalente all’irrisoria cifra di 27 euro. Per questo scrive una lettera di ringraziamento rivolta al presidente dell’Istituto di Previdenza Sociale Francese. Finisce di scrivere ed esce di casa. Attraverso i labirintici sotterranei dell’Istituto Riposo Vecchiaia, giunge al Giardino del Labirinto, dove si sta svolgendo il primo Raduno del Circolo dei Poeti Nascosti. Tale raduno consiste nel riunirsi in unluogo pubblico per declamare poesie o testi che saranno poi liberati in volo attraverso dei palloncini.Durante l’evento Ugo leggerà la sua lettera rivolta al direttore d’oltralpe ed essa prenderà il volo. Il viaggio terminerà qualche tempo dopo quando il direttore della C.P.A.M, intento a far colazione sul suo terrazzo, vedrà “piovere dal cielo” la lettera. Nel suo ufficio di burocrate, il Direttore leggerà il messaggio e deciderà di inoltrarla ai suoi superiori, facendole proseguire il suo viaggio. A cena con alcuni componenti del Laboratorio Urbano Mente Locale , Ugo assisterà alla risposta del Presidente Chirac in persona, che ringrazierà il protagonista durante un messaggio alla nazione.
Vincitore del Piemonte Movie 2009
14’ 40” (2009)


Gli incontri del martedi

Bisogna inventare delle metafore
che portano il sintomo altrove,
che lo trasformano,
non solo la metafora della cura
che porta il sintomo alla psichiatria
si, va bene,
quando sei in crisi,
ma dopo?
Bisogna trasformare
i sintomi in simboli
e dargli un ordine proprio
ma c’è bisogno di metafore nuove
oltre la cura .
da Il salto dell’angelo o Uscire per andare dove?
Mentelocale del 01-12-09
Gli incontri del martedì
Dal 2001 ogni martedì mattina, intorno alle 10.00, nel grande atrio del Centro diurno, accadono gli incontri del Laboratorio urbano mente locale. La gente inizia ad arrivare, le sedie si dispongono in cerchio, con il tavolino lungo in mezzo.Chi prepara il caffè e il thè, chi va al forno a comprare la focaccia e la pizza rossa, chi copre il tavolino con il rotolo della tovaglia di carta plastificata e porta bicchierini cucchiaini e zucchero. Si anima la vicina sala fumatori dove si rifugia per fumare le ultime sigarette prima dell'inizio del gruppo, si scambia saluti e parole.
Condivisa la colazione, il gruppo è aperto con la declamazione di poesie e altro. La poesia, come rito d’apertura, disegna un campo dove la voce e la parola cerca la sua libertà. Anche ma soprattutto quando si presenta come parola delirante, o semplicemente come parola in veste non convenzionale. Il gruppo non ha mai messo un limite o discrimine clinico alla partecipazione. Non siamo un gruppo che si raccoglie attorno a una diagnosi come, attacchi di panico, voci, depressione etc. Nel gruppo abbondano le diagnosi severe ma si trovano rappresentate più o meno tutte le categorie. Anzi molti del gruppo nella loro carriera di paziente psichiatrico hanno indossato varie vestizioni diagnostiche da quelle pesanti a quelle leggere. Non c’è selezione clinica all'accesso al gruppo.
Dopo la colazione e l’ascolto infinito della poesia, e certe volte sotto il suo stimolo inizia la fase dove emergerà il tema che animerà l’incontro. E’ una fase che può prevedere un ordine del giorno atipico, con comunicazioni veloci di tipo pragmatico o logistico, su progetti, incontri e incombenze; una fase che può vedere la lettura di un brano, dal cui ascolto esce una domanda o area tematica interessante.Altre volte emerge immediatamente una voce che ha un urgenza di racconto, che porta un esperienza calda che è alla ricerca della sua parola; il più delle volte il gruppo accetta tale urgenza e anzi la fa propria perché si riconosce immediatamente nell’esperienza e gli dona immediatamente spazio e accoglienza; certe volte tale urgenza, non trova subito le parole, si perde, rimane appena abbozzata e l’ansia e l’angoscia si riversano nella voce che si perde in rivoli di parole ingarbugliate. Il gruppo tramite la circolazione della parola, riprende le tracce, anche se deliranti o stereotipate, si fa carico anche della parola stentata e la amplia, la fa propria o la rinega; ogni voce ed anche quelle silenziose, aggiungono qualcosa alla trama semantico relazionale del incontro, aiutano anche la singola esperienza di farsi parola e forse anche sapere condiviso; e bisogna mettere i corpi, i volti, le mani, la carezze e i saluti, i bisbigli, i campi emotivi, i tic e i rituali, gli attraversamenti del cerchio, quelli che si mettono in mezzo, quelli che escono spinti dal binomio ansia-sigaretta, quelli che vogliono urgentemente la parola, e molto altro ancora; insomma una nebulosa semantico relazionale, un vortice di voci che disegna un campo esperenziale.
La circolazione della parola, che apre e determina il vortice dialettico, talvolta aspro e qualche volta anche polemico, esaurisce l’urgenza del incontro quando tutti hanno detto quello che dovevano dire, anche tramite il loro silenzio.
La chiusura è sancita con la lettura dei resoconti dell’incontro e poi per chi lo desidera pranzo comune e arrivederci al prossimo martedì.
Il resoconti
I cosiddetti resoconti poetici degli incontri del martedì, che trovate editi sul blog si differenziano dai classici report sugli incontri umani. Di solito il dovere di un trascrittore degli incontri umani è quello di riportare con un minimo di fedeltà o di verosimiglianza quello che si sentito durante gli incontri: chi e che cosa ha detto, riportato in modo che la persona riconosca le sue parole o le sue intenzioni. Il compito invece del resoconto è di rendere conto di una nebulosa di voci e significati, di una polifonia che disegna sinfonie o cacofonie semantico relazionali.
Nel resoconto non si riporta il chi ha detto la tal cosa, il nome non c’è anche se è facile da chi nel gruppo c’era, riconoscere le parole e a chi son dovute. Le parole ( e le esperienze sottese) vengono portati al gruppo e consegnati alla edificazione della parola collettiva quotidiana. Il resoconto è l’abbozzo di questa voce collettiva sempre in costruzione, una sorta di nebulosa semantica gravida di situazioni relazionali. Il resoconto è il precipitato dell’incontro situazionale filtrato dal punto di vista dello trascrittore che come tutti gli altri anche lui mette nel gioco del suo (non è neutrale, non a caso si fanno più resoconti dello stesso incontro), fa parte della necessità della traduzione-espressione e del suo tradimento inevitabile.
Ogni giorno noi viviamo il tradimento delle parole nei confronti della vita. Ogni parola è già vecchia quando si accosta ad un vissuto e ad una esperienza in atto; noi abbiamo estremo bisogno di rinnovare le parole o addirittura di inventarne delle nuove, più consone e produttive all’esperienza . Produrre neologismi non per artificio retorico ma per una necessità della nostra strategia di sopravivenza. Il resoconto è un “neologismo” costruito con le parole dette al gruppo, certe volte riuscito altre volte miseramente fallito, nella sua pretesa di novità. Il resoconto, montaggio “arbitrario” delle voci( un accostamento seriale di metafore “deliranti”, restituisce qualcosa in più al significato e senso del incontro?), cerca di rendere conto della “nebulosa semantica” disegnata dalle singole voci e dal loro intrecciarsi.
Il resoconto inoltre è un oggetto che rende possibile la comunicazione di ciò che accade nel gruppo con il resto del mondo, salvaguardando l’intimità dell’esperienza e della parola soggettiva ma cercando di rivelare l’universalità, tessendo una voce intersoggettiva, un campo collettivo, una comunità effimera che ogni martedì si materializza. Il resoconto e il tentativo di comunicare la nebulosa agli altri. Tentativo eroico ma patetico. Ecco perché abbiamo bisogno di metafore nuove.
Il Laboratorio urbano - Mente locale è una iniziativa di auto mutuo aiuto che nasce tra il Centro Salute Mentale e il Centro diurno di C.so URSS 220 del ASL2 di Torino. Inizia le sue attività il Giugno del 2000 e ci si incontra una volta alla settimana il Martedi mattino dalle 11.00 alle 13.00 circa, in Cascina Roccafranca, in via Rubino 45, Mirafiori nord, Torino. Chi vuole sapere di più può scrivere a: laburb@libero.it

giovedì 24 marzo 2011

Lo stradario


Lo stradario: istruzioni per l’uso del quartiere

Strategie di sopravvivenza ed esperienze dell’abitare
Mente locale è un registro psicogeografico. In esso si trovano, si creano, si utilizzano mappe di ogni tipo. Ma soprattutto ci occupiamo di una cartografia dei confini, dei margini e dei limiti; il nostro fine irrealizzabile è una cartografia dell’irrapresentabile e dell’indicibile. E il mondo interiore di ognuno di noi va cartografato come un tessuto urbano, alla ricerca dei giardini dell’anima (e nell’ambiente urbano i giardini sono delle enclave di pace nella guerra urbana).
Mente locale postula e pratica una continuità tra corpo umano e corpo urbano. Non solo consideriamo obsoleta la distinzione tra mente e corpo ma puntiamo al superamento della separazione più fondamentale tra corpo ed ambiente urbano
Tre anni fa, quando fondammo il Laboratorio urbano Mente locale, cercammo di stendere un manifesto del gruppo, i 24 punti , che ci ispirasse e ci desse le principali linee guida. Due dei 24 punti sono le citazioni di sopra e tutti due mettono in centro da una parte il contesto urbano, la città, il quartiere, le strade e le piazze e dall’altra la soggettività del abitante, il suo mondo interiore,le sue emozioni, sensazioni, e pensieri.
La prima citazione ci dice che il laboratorio non è interessato a un indagine “oggettiva” del contesto urbano ma cerca di produrre una cartografia, una mappa che tenga conto insieme del urbano e del soggetto che lo abita; quindi una psicogeografia dei luoghi.
La seconda citazione presenta il principio, complementare al contenuto della prima, del profondo legame tra corpo/mente e corpo urbano, e in sottinteso ci dice che ogni volta che il soggetto ha perso il suo legame con il contesto abitativo cade in sofferenza ma per istinto di sopravivenza e per vie non del tutto ortodosse cerca di ricostruire tale legame. Lo sappiamo tutti che i mutamenti e le trasformazioni urbane, soprattutto quelle calate dall’alto, senza partecipazione, allentano e decostruiscono il legame tra soggetto e ambiente urbano e soprattutto, sui soggetti più deboli, produce un alienazione profonda, con conseguenze drammatiche di sofferenza ed esclusione. In tale situazione il soggetto, per vie quasi inconsce mette in atto strategie di riapropriazione dei luoghi, in modo tale da salvaguardare un minimo il suo legame con l’ambiente, restringendo i suoi luoghi al minimo; il più delle volte non gli rimane che la sua casa, o la panchina nel cortile dove incontrare qualche vicino o amico.
Con queste premesse il Laboratorio urbano Mente Locale propone Lo stradario, istruzioni per l’uso dello spazio locale attraverso l’apprendimento, l’esperienza e la testimonianza dell’abitante, una testimonianza che “abita” i luoghi ancor prima di poterli definire linguisticamente.
Riconnettere gli individui agli spazi di vita significa collegare le forme e i saperi frammentati come “qui un tempo pascolavano le pecore”, oppure “in questo luogo è cresciuto Francesco”, a dei saperi specifici, e quindi poter ricongiungergli a un progetto di vita collettiva che ricolloca nelle conoscenze quotidiane la ricchezza relazionale dei luoghi senza perdere di vista il fatto che spesso la loro riabilitazione perde di vista gli aspetti “fisici”, corporei, degli individui che vi abitano.
L’abitare non è mai neutro: marca i luoghi con gesti, racconti e manipola oggetti che definiscono una pluralità di significati. Lo stradario è un primo passo per riaprirci alle emozioni che vanno a costituire i luoghi.
La mappa che tentiamo di ricostruire attraverso le testimonianze di persone che abitano nel quartiere Mirafiori non è il territorio, ma qualcosa che ci consente di rappresentare un territorio attraverso la narrazione, gli affetti e le relazioni. Si tratta, quindi, di mettere a punto una serie di strumenti finalizzati alla registrazione – costruzione di una memoria affettivo-geografica dei luoghi tale da consentire una visione storica e una sorta di traccia- percorso nella memoria collettiva degli abitanti.
Lo stradario è anche ri- sensorializzazione del corpo vissuto in uno spazio, quello del quotidiano, che permette di riappropriarsi di uno sguardo “caldo” intorno ai luoghi di vita.
La riabilitazione dei luoghi urbani in genere nasce dimenticando le forme di resistenza che l’esperienza dell’abitare quotidianamente esprime. Lo stradario vuole essere una sedimentazione dei gesti e delle narrazioni con le quali gli abitanti instaurano una loro forma dell’abitare e costruiscono una forma di legame dialettico con il quartiere e il proprio spazio di vita.
Con lo stradario, scritto, informatizzato, video filmato, tentiamo di disegnare un orizzonte di strategie di sopravvivenza dell’abitante. Gli stessi abitanti coniugano citazioni del passato e modi di vita attuali, solo che in genere, senza sollecitazioni narrative, questi rimangono impliciti. Lo stradario come composto di archivi narrativi dei luoghi vissuti potrebbe allora essere veicolo di grande ricchezza, innanzitutto per gli attori che vengono sollecitati alla sua costruzione e poi per coloro che, possano parteciparvi in senso più allargato.
Si mira quindi a mettere a punto un utensile per una percezione dello spazio effettivamente partecipato e non nel senso, in questo caso, della progettazione partecipata, quanto piuttosto intendendo un partecipare che sia consentire un accesso – condivisione a quella vita che viene vissuta quotidianamente nelle pieghe minute della quotidianità.

domenica 20 marzo 2011

il mondo come labirinto





Il mondo come labirinto


Il termine labirinto, nella sua storia secolare, è stato usato come immagine dello spazio sconosciuto, indefinito e informe, come forma della città e degli agglomerati urbani e come modello delle costruzioni architettoniche. L’uso metaforico del termine come immagine e schema interpretativo di innumerevoli situazioni, dove si mette in discussione la capacità dell’uomo di orientarsi, è quello più diffuso ma , storicamente, il termine labirinto, in primis, ha disegnato un edificio dalla pianta complessa; esso si presenta come un tipo, un modello di edificio. Successivamente diventa metafora delle situazioni complesse e in districabili e, ampliando il suo campo semantico, diventa metafora e segno della città. Il labirinto diventa forma della città e supera il suo essere semplice metafora di essa, quando la morfologia della città è diventata oggetto di studio, di analisi e di progettazione . L’apparire del Piano urbanistico geometrico, della griglia, nel V secolo a.C., per opera dell’architetto Ippòdamo di Mileto ed il suo uso al fine della fondazione delle città coloniali greche, introduce la distinzione tra città fondate secondo un piano e città labirintiche, a sviluppo spontaneo. Il labirinto diventa forma urbanistica a partire dal sostrato metaforico del termine e dal suo essere modello architettonico. La concettualizazione delle metafore labirintiche, come quella della ramificazione e della rete ha prodotto una serie di modelli architettonici concettuali, dei tipi, che nella loro applicazione hanno contribuito all’aumento della complessità dello spazio costruito.
Da singolo edificio a metafora e immagine del prodotto complessivo dell’attività edificatoria, ossia della città, il labirinto amplia il suo campo metaforico, finché non include in esso il mondo intero. E’ il mondo nel suo aspetto urbanizzato, disseminato e orientato dalle città, che assume l’immagine del labirinto. La crescita delle città ha prodotto la metropoli, agglomerato urbano di estensione e complessità notevoli, un labirinto di labirinti. La città-metropoli va al di là della sua estensione fisica; essa trascende i suoi limiti fisici e si proietta sul mondo. Questa sua proiezione mondiale, iniziata con la scoperta del Nuovo Mondo, si presenta come rete, tipo labirintico complesso, e copre tutto il mondo. Il mondo come labirinto, da metafora moraleggiante cristiana è diventata realtà, il labirinto è diventato la forma del mondo.
Il labirinto come metafora ed immagine si presenta ogni qual volta l’uomo deve affrontare uno spazio indistricabile e il muoversi in esso assume un aspetto problematico. La situazione che l’uomo deve affrontare attraversando lo spazio labirintico è caratterizzata dalla facilità di perdersi. Ed è quest’ultima che determina la situazione labirintica. Il perdersi è la forma passiva di rapportarsi con l’ambiente circostante, di prendere le sue misure per poter dispiegare successivamente un rapporto attivo con esso, per orientarsi in esso. Ora, questa situazione paradigmatica ha luogo se l’uomo in movimento si è posto un punto d’arrivo, se il movimento è finalizzato verso un punto che va raggiunto. In questa situazione il permanere della situazione del perdersi diventa frustrante e lo spazio labirintico assume un carattere negativo. Esso nega la finalità posta. Se però il movimento non è finalizzato verso un punto esterno e trova la sua giustificazione nel modo di procedere, se la meta diventa di second’ordine e si va alla deriva, l’esperienza del perdersi non ha più una connotazione negativa; anzi esso è indice della dinamicità dello spazio e della ricchezza dell’esperienza. Andare alla deriva vuol dire andare al di là di ogni finalità utilitaristica e strumentale connessa con l’attraversamento dello spazio. Non è lo spazio che si conforma alle finalità del soggetto ma è il soggetto che aderisce alle caratteristiche dello spazio.
Un’altra dimensione del perdersi è caratterizzata dalla distrazione permanente. Il movimento ha una sua direzione e la mantiene, ma il soggetto in movimento non trattiene alcun rapporto col luogo; il suo movimento ha direzione ma non ha senso. Ha un fine, ma, pressoché sempre, è imposto, e anche se si dispiegano molteplici percorsi, tutti portano allo stesso punto. In altre parole, è una riduzione alla passività del soggetto che, nell’apparente libertà di movimento, trova il massimo di alienazione possibile.
La complessità labirintica del mondo si presenta da una parte come un ostacolo alla progressiva razionalizzazione della sua forma, alla sua decomplessificazione e semplificazione. L’esperienza del perdersi in esso non è altro che un incidente temporaneo nel cammino dell’uomo, quest’ultimo finalizzato all’imposizione di un ordine chiaro e coerente. Se consideriamo la città come metafora del mondo, espressione di questo atteggiamento sono i Piani urbanistici moderni che si pongono come scopo la razionalizzazione della forma labirintica della città con il criterio della funzione.
D’altra parte, il movimento caratterizzato dalla distrazione permanente, fa del mondo un fascio di possibilità indistinte, senza differenza tra l’una o l’altra, tanto tutte portano allo stesso punto. Le possibilità guidate portano all’indifferenza della scelta e fanno del labirinto del mondo, un mondo caotico senza senso ma con molte direzioni.
Tra la concezione negativista della complessità del mondo e quella che lo vede come un groviglio sì caotico, ma indifferente, si delinea una visione che accetta la complessità labirintica del mondo come orizzonte fisiologico e non riducibile a un ordine precostituito. La stessa conoscenza del mondo è frammentaria ed è solo a partire dal frammento che si può iniziare un percorso che tende alla totalità ma non potrà mai raggiungerla. Un mondo così siffatto è un mondo in continuo movimento, imprevedibile e pieno di sorprese. Porsi al suo piano vuol dire accettare l’esperienza di perdersi in esso, di perdere gli schemi abituali di percezione e rappresentazione. Il movimento imprevedibile del mondo richiede al soggetto un’analoga modalità di movimento, non in linea diritta, ma declinante, tale da poter avere un punto di vista avvicinabile alla sua complessità, che lo attraversi in tutta la sua stratificazione. Un movimento che esprima una tendenza alla perenne ricerca nelle infinite possibilità del mondo e che faccia di esso il terreno privilegiato della libertà e dell’autonomia.
info:laburb@libero.it