Laboratorio urbano - Mente locale

Il Laboratorio urbano - Mente locale è una iniziativa di auto mutuo aiuto che nasce tra i servizi della salute psichica e mentale del ASLTO1 di Torino. Inizia le sue attività il Giugno del 2000 e ci si incontra una volta alla settimana il Martedì mattino dalle 11.00 alle 13.00 circa, a Cascina Roccafranca, via Rubino 45, Mirafiori nord, Torino. Chi vuole sapere di più può scrivere a :laburb@libero.it




mercoledì 8 giugno 2011

Esplorare la frontiera tra normalità e follia



“Gli antropologi distinguono tra confine e frontiera. Il confine indicherebbe un limite, una linea da non superare, mentre la frontiera richiama una fascia di territorio dove le diversità si fanno fronte, si confrontano. Il confine è rigido, la frontiera fluttuante.
Ora, se guardiamo alla storia, all'evoluzione umana utilizzando queste due categorie, potremmo dire che l'evoluzione è stata un lungo e faticoso, mai terminato, accidentato percorso per superare i confini ed aprirsi al mondo della frontiera”
“Il confine è qualcosa di primitivo, di istintivo, di viscerale, di esclusivo (nel senso che esclude). Il "termen" della nostra cultura contadina. Tracciare confini è relativamente facile, perché asseconda l'istinto naturale. E gli strumenti del confine sono la lotta per spostarlo e presidiarlo. La guerra.
La frontiera rimanda piuttosto a qualcosa di razionale, di rielaborato, di pensato, di negoziato a fatica con se stessi e con gli altri. Abitare la frontiera costa fatica perché i suoi strumenti sono il dialogo, il negoziato, la diplomazia. Il confine è rendita. La frontiera è investimento e progetto”.
Kossi Komla-Ebri
Scrittore migrante
Esplorare la frontiera tra normalità e follia
Fino a pochi anni fa tra normalità e follia c’era un confine netto. O di qua o di là. Era un confine fisico e delimitava il luogo deputato alla follia che era il manicomio. O dentro o fuori. Confine fisico oltreché culturale. Oggi dopo la chiusura del manicomio, tra normalità e follia possiamo affermare che c’è almeno la frontiera; una frontiera porosa che permette le persone di avere percorsi andata e ritorno e non solo andata e la chiave buttata. Lo sforzo di aprire una fascia di territorio, culturale, medico-scientifico, di relazioni dove la diversità tra normalità e follia si confrontano, con fatica, dialogo e negoziato. Abitare questa frontiera costa fatica, aprire questa faglia, questo interdetto è il compito di ogni individuo che non lavora alla separazione. In realtà, nella realtà misera dell’identità mimetizzata, la separazione tra gli individui lavora in modo inesorabile, senza soluzione di continuità. Crediamo che il mondo della dissociazione, dello stato modificato di coscienza possa offrire ancora un pensiero, una riflessione sulla differenza. Migliaia di persone ogni giorno, loro malgrado, praticano quest’attività. Con il loro carico di angoscia e sofferenza. Il laboratorio mente locale, fondato da pazienti e operatori dei servizi della salute mentale di zona, promuove la loro ricerca del benessere e ne fa testimonianza. Ogni martedì mattina traiettorie individuali estreme tentano di diventare soggetto collettivo, riportando ognuno le coordinate delle sue posizioni e spostamenti nella frontiera, tra normalità e follia; tentando di costruire una mappa di questa terra di nessuno, di offrire un minimo di strumenti di orientamento, di fare mentelocale sulle trappole e i vicoli ciechi.
Ne raccogliamo le singole voci e proponiamo questa possibile cartografia della frontiera disegnata sui seguenti percorsi che si sovrappongono e si intrecciano:
Abitare: condominio di carne ovvero la casa ti parla?
Sentire, vedere, dire: voci, visioni e deliri
Sognare: dove abitano i sogni? Sull’amore, Il letto, La fuga.
Strumenti: Il piccolo chimico

Abitare la frontiera e fare ricerca :
due tipi urbani estremi, l’eremita e il paranoico

La frontiera tra normalità e follia è presidiata da categorie clinico- diagnostiche. Servono agli specialisti e agli operatori per predisporre dispositivi e strumenti di cura e di controllo con un certo criterio. Noi, come collettivo operatori e pazienti, che non abbiamo dietro di noi un linguaggio forte e per forte intendiamo tre linguaggi, quello clinico, quello giuridico e quello del senso comune, noi proponiamo un sapere e un linguaggio che parte dal esperienza vissuta, e attraversa molti registri linguistici, e inevitabilmente anche quelli forti; avvertiamo la necessità di trasformare i sintomi in simboli e dare senso e significato agli accadimenti dolorosi della vita. Accade cosi che nei nostri incontri di martedì molti temi che vengono discussi nei convegni e nei studi vengono messi sotto analisi a partire dall’esperienza che ognuno porta. Prendiamo per esempio quella del “ritiro sociale” e la sottoponiamo a una decostruzione.
La decostruzione non è una operazione complicatissima. E’ quasi un operazione opposta al riduzionismo praticato dal manuale diagnostico. Li dove uno riduce l’altro amplia o riamplia. Noi ci avvaliamo delle metafore prestate da altri linguaggi, oltre quello clinico, e cerchiamo di ampliare il campo semantico del sintomo. Il primo che guida quest’operazione è il paziente che utilizza un ampio campo metaforico per descrivere la sua situazione, campo fatto dal linguaggio comune o da altri campi linguistici; pensate per esempio al come i pazienti utilizzano le metafore metereologiche per parlare dei loro stati psichici.
Per la categoria diagnostica di “ritiro sociale” possiamo avvalersi per esempio della pratica del eremitismo, millenaria e ampiamente praticata dalle religioni, e coniare un termine intermedio per disegnare il fenomeno del ritiro sociale, quello del “eremita urbano”, vivere in quasi totale isolamento in spazi urbani densamente popolati.
Ritiro sociale in pochi metri quadri. Possiamo scendere più nel particolare, e analizzare la spazialità del eremo, della stanza e esplorare i luoghi, ed ecco il letto; dal mentelocale dedicato al tema esce fuori tutta una metaforica del luogo, perché il letto è un luogo e non un oggetto, che arricchisce la categoria del “ritiro sociale” classica del depresso sdraiato a letto.
Ritiro sociale in pochi metri quadri, eremitismo urbano ed ecco che la casa ti parla. La questione delle voci e le voci del abitare. Convivere ed essere abitato dalle voci. Scatta la paranoia delle prossimità. E dal “eremita urbano” si passa al “paranoico urbano”. Abbiamo dedicato molti martedì ad esplorare la questione del abitare, della casa, delle voci e dei deliri, linguistici e spaziali, di quelli che coinvolgono il vicino e il prossimo, l’altro fantasmatico che ci abita o si aprossima. Sul abitare sono state raccolte 89 microbiografie poetiche, altre 77 sulle voci e visioni, l’insieme disegna una mappa psicogeografica della frontiera urbana, ci presentano una piccola fenomenologia della psiche e degli spazi, della casa e del abitare.
Oggi la frontiera non è un campo sterminato di praterie, una spazialità aperta e non costruita, che richiama il potere esplorativo e fondativo della nuova città, oggi la frontiera si disegna in un campo strerminato di urbano e di orizzonte costruito; una volta la frontiera era oltre la metropoli (la città madre) oggi è dentro la metropoli; anzi oggi nel panorama urbano la frontiera paradossalmente si è spostata dentro agli appartamenti. Sono gli eremiti urbani quelli che esplorano in solitudine la frontiera tra abitato e dis-abitato. La frontiera non solo come andare oltre ma anche ritirarsi da.
Cosa significa abitare per un schizofrenico? E per un melanconico profondo? E per un ossessivo? Portano ai limiti estremi l’abitare e aprono la frontiera interna. Bisogna scrivere il trattato “Le condizioni abitative del paziente psichiatrico” per capire come si evolve la nostra vita nelle città odierne, tra l’estrema solitudine e isolamento del eremita urbano fino alla ipersignificatività dei segni e dei stimoli tipica del paranoismo urbano.
Per esplorarare la frontiera tra normalità e follia dobbiamo passare da una psicopatologia a una psicogeografia della prossimità, costruita attorno alle due figure limite, quella del eremita urbano e quella del paranoico urbano.

martedì 7 giugno 2011

Saluti a Hugues, maestro di vita


"Tu ti inganni, figlio mio", mi ha detto. "Ti si potrebbe domandare di più. Te lo domanderanno, forse". "E che cosa mai?". "Ti potrebbe esser chiesto di vedere". "Vedere cosa?" [...] "Tutte queste pietre sudano il dolore, lo so. Non l'ho mai guardate senza angoscia. Ma dal fondo del mio cuore so che i più miserabili di voi hanno visto sorgere dalla loro oscurità un volto divino, è questo volto che vi si chiede di vedere".
L' étranger / Lo straniero di Albert Camus
Tutti e due stranieri come molti altri tra di noi; mi riconoscevo in lui nell’ansia legata al rinovvo del permesso di soggiorno; soggiornare è difficile, per tutti in questa terra. Ma essere due volte stranieri, come era Ugo, straniero e folle, non trovare patria da nessuna parte, comporta molta sofferenza. Era un abitante della frontiera estrema, un maestro di vita, un primario dell’arte di vivere; un sopravissuto senza patria, guarito dopo 19 anni di schizofrenia. Quando lo diceva si rimaneva attoniti, i giovani psicotici, gli educatori scettici, sorridevano e chiedevano, ma hai smesso di prendere i farmaci? No, rispondeva Ugo, ma sono guarito!! E lanciava la sfida provocatoria di pensare a un senso di guarigione difficile nella follia e nella schizofrenia, dove prevale il senso della malattia cronica. Non aveva mai smesso di delirare, ma era da considerare guarito perché abitava la frontiera tra normalità e follia con successo e stile; la sua esperienza che condivideva con i giovani, insieme alla passione per il ping-pong, scattante e imprendibile, la sua esperienza di maneggiare e districarsi nei sintomi psicotici è un esempio concreto di guarigione; anche l’estrema frontiera, quella tra la vita e la morte e l’approssimarsi di quest’ultima l’ha vissuta con stile e discrezione; francese e cosmopolita.
Noi di mentelocale, abbiamo avuto la fortuna e la grazia di sentirsi patria per Ugo, lui stesso ha contribuito in modo fondamentale, con il suo volto, le sue parole e la sua vita, a creare il senso di appartenenza e ospitalità reciproca in tutti questi anni; ha aiutato molti di noi a veder nell' oscurità e tenebra un volto divino e di questo gli saremo grati.
Orevuar Monsieur Hugues

giovedì 2 giugno 2011

Mente locale è una frontiera



MENTE LOCALE 31/05/2011


Bandiere.
Striscia o banda,
dove si distingue
un paese da un altro.
La bandiera nazionale
deve avere la precedenza
su tutti i simboli nazionali.
Vedrai sventolar bandiera gialla
e la gioventù è bella.

Chi considerate poveri fra di voi?
I bambini
che non hanno i genitori.
La famiglia è
l'unico conto in banca,
non lasciarlo in rosso.

La pace del Signore sia con voi,
è sdolcinata da liceo.

Silenzi pieni di parole,
sei nato come il sole piccolo uomo,
sei un piccolo fagotto d'oro.

Proviamo a stare
un attimo
in silenzio?
Ce la facciamo?
Siamo i caduti della psichiatria,
muoriamo anche a causa
di una pera.

Sei destinataria di cure e molecole?
Infastidisce dire
che una persona
è morta in psichiatria.
Spesso mi mancate.
Preferiamo farci invisibili
piuttosto che prendersi
delle responsabilità.

Uno stretto rapporto
esiste tra i fiori
e gli ergastolani.
Ma l'omosessualità
è rivelata,
è capitata
o è forzata dal suo io?

Non possiamo perdere
la storia delle nostre emozioni.
In Occidente,
se una persona
sta male
sono tutti cazzi suoi.

Voce che chiama dal deserto,
spesso è simile alla nostra
e porta sofferenza.

Un bolscevico canta
bandiera rossa
arrivando dalle scale.

Scusa,
ho un disturbo in cuffia.
Perché non lo mandiamo
in diretta?

Non ci sto capendo niente,
c'è troppo casino.

Qual'è la mia vera
identità sessuale?
Con chi sono
compatibile?

Gli omosessuali
hanno gli ormoni
più femminili.

Perché molti di voi
si giudicano una merda?
La gente, e la mamma,
ti ci fanno sentire.
Abbiamo interiorizzato
un giudice
dentro di noi.

Un uomo deve essere
innamorato
dell'amore,
o è una via di fuga?

La cosa peggiore
che possiamo fare a noi stessi
è avere un controllore dentro.
Un operatore
è al di là della frontiera,
ma io sono il giudice di me stesso.
Eppure è tutta rigidità:
vengo giudicato folle,
ma da chi?

Una sedia
mi ha rigato
il cuore.
Come una pentola di fagioli
esplodo e poi ci vuole
15 anni per rimettersi
in sesto.

A Mente Locale
si passa in operato.
Per guarire
ci vuole affetto di mamma,
per avere godibilità.

Bossi mette i gay,
un francese e gli psichiatrici
in un campo.

Sono matto,
ma sono cosciente
di avere un quoziente intellettivo
molto alto.

Tutte le persone
che sono qui dentro,
sanno cosa vuol dire
passeggiare vicino
al baratro.

Un giudizio
di frontiera
sono le etichette sociali,
come gli utenti psichiatrici
e le identità sessuali
amibigue.

La psichiatria è fornire molecole
per tornare all'integrazione.

Diamoci un bacio
all'una meno un quarto.
Il mio mondo è asfittico,
ho lo spazio abitativo stretto.

Lo sguardo degli altri
è inquisitorio e la frontiera
si allarga.
Fuori c'è terra bruciata.

Accoglienti verso noi stessi
e gli altri, ma nessuno
è un libro aperto.

La contraddizione qui ricorre
e definisce, ma infastidisce.

A nessuno
piace essere un campo
di cura, né cardiopatico,
né psichiatrico.

E' importante parlare, ma
non troppo sennò si perde
la privacy.

Troppa importanza a quello
che dicono gli altri
è pericoloso.

Mi sono ribellata
perché non sono solo
una paziente,
sono una persona
che soffre.

Ci vuole un rapporto
senza eccessi.
Fra sei mesi rendo il patentino,
perché non mi serve.

Un vuoto di 8/10 anni, ma la
psichiatria non lascia niente.
Ma senza come fai?
Farei reati o sarei psichiatra.

C'eri? Anche io mi chiedevo
dove fossi.

Non avendo nessuno,
qui ho la mia famiglia.
Ci vorrebbe un Mente Locale
tutti i giorni,
aprendo un passato infuocato
come regalo.

Non prevediamo esiti,
ma abbiamo
la libera scelta.

C'hanno insegnato
ad essere indifferenti
di fronte al dolore.

La società non c'aiuta
a capire chi siamo noi.
Chi fa di testa propria
è un diverso.

Dovevi fare il sindaco
di Torino perché
non esistono i malati
di omosessualità.
Magari c'è nella natura.

Troppa velocità fa male.
La barca sollevata
dalla forza dell'amore.

Io non sono solo,
c'ho tanta gente intorno.

Mente Locale è fuori
dall'ordinario, ma
l'instabilità fa crollare
il pensiero.

Ho un passato tormentato
a causa degli altri,
senza poter dire di no.

Non mi sento malato,
ma non so se questa malattia
era intubata dentro di me.

Il peggior giudice
che ho sono proprio io.
Mi do giudizi di inutilità e incapacità,
ma riconosco la mia fragilità.

Siamo numerosi, ma qualcosa
d'impossibile c'è.
Lavoriamo il nostro sogno.
Oggi vi regalo il mio abbandono,
purtroppo c'è anche l'efficienza.

Che fastidio
quando mi parlano
sopra.. No scusa,
devo dire una cosa!
Per fortuna mi sono
spiegata benissimo.
Loro come l'oro.

Sono in guerra
con la gente fuori,
anche con me,
quindi

siamo tra noi.

Chi interrompe parla
del proprio dolore
e noi lo concediamo.
A fine giornata
siamo delle chiaviche
però ci accogliamo.
Qui l'anormalità può
essere normalità e la
difendo con la vita.

Oggi piove, giornata di merda.
Mi lascio attraversare e
attraverso così non mi
dà noia niente.

Il controllore ha un ruolo interno
ed esterno, ma il primo giudice
sono io.

Il giudice ordina il caos, ma
gli altri siamo noi.

Lo dico con tre balbettii,
l'aspettativa di noi
dipende dagli altri.

Oggi ci trovo centomila parole chiave.
La vita
non l'ho lasciata fisicamente.
Oltre ad insegnare
ho tanto imparato.
Il mio giudice mi dice che sono
insicura e che ho perso la mia
famiglia: ma tutte queste cose non
imparate mi hanno fatto rimettere
tutta la mia vita.
Vorrei solo svegliarmi
da quest'incubo.

Una mente può essere ricchezza.
Quindi niente senso di colpa.

Ognuno risponde alla propria coscienza,
ecco perché mi voglio bene.

Il giudizio interiore dilaniava me stessa
ma oggi sono meno crudele
Metto la firma sulla mia vita
serena di adesso.

Non so di cosa stiamo parlando,
forse di Decathlon e di dormire.

Benvenuto ma non è quello.
Forse basta la parola.

Mente Locale è una frontiera
fra ciò che è ammesso e cosa no
nella società.
Essere qui è già un'abbandonarsi e
non è facile.
Ognuno si riempie dell'altro ma
sono appena arrivato.

Mi libero del giudice,
affronta la situazione.
Tutti sono sempre
sotto giudizio.
C'hai stesi tutti
perché è
inevitabile.
Mi sono concessa il lusso di
essere egoista perché
alla fine cos'è normale
e cosa no?

Qui forse non c'è giudizio,
perché il controllore non passa.

E' meglio il nostro controllore
piuttosto che quello esterno.

No, ci controlliamo ma abbiamo
la manica larga
con le interperanze.

La malattia psichiatrica
mette tutto in discussione e
neanche il giudice è esente.

Riconosco gli altri ma
non so con quali parametri.

Vi musico l'introduzione
fischiando i miei registi
preferiti
perché qualcuno volò
sul nido del cuculo,
quando sono con voi
mi fate paura.
I ruoli sono tutti uguali,
ma Basaglia come Lenin
sono eroi,
così mi difendo
dal sadismo degli operatori.

lunedì 30 maggio 2011

Abitare la frontiera :il piccolo chimico




Mentelocale 24.05.2011
Frontiera e farmaco

Abitare la frontiera
a Cascina Roccafranca,
il farmaco
un rimedio o un veleno?
Il medico
eliminatore del dolore,
un sciamano antalgico,
a lungo andare
si produce
una benzomutazione genetica
meno male che c’è l’anima
voce viva della coscienza
entusiasmo della mania
passaggio di frontiera
sulle chiome bionde dei polacchi.

Kafka
specialista
dei passaggi
di frontiera.
Passo su passo
occhio su occhio
la metamorfosi,
abitare l’inferno,
grotte buie,
stravaganti e pericolose,
rifugio di animali malefici,
locus orribilis
dove abita l’Angoscia
e la sua sorella più piccola
l’Ansia,
dipingo le grotte
come se fossero
le nostre tombe,
non facciamo
trapianti e clonazioni
speriamo in dio che verrà.

Tu sei lo sciamano
e io il caimano,
Clarice Li Spector
scriveva col corpo
non usava la parola fallica
che ha una funzione penetrativa,
ma al mattino
tutti insieme
possiamo parlare
dei nostri deliri notturni?

Soggetti euforici
raccontano storielle
tutte colorate
rosse, verdi e blu
lastre colorate
ridotte a pezzi
che all’improvviso
si trasformano
in Gesù Cristo,
da frammenti sofferenti
a totalità gioiose.

Tracce e solchi di
forme evanescenti,
scendono le lacrime
per dissetar i campi,
immagine di un momento,
scrivo sotto dettatura
senza saper chi detta.

Abitare la frontiera
la casa, la stanza
con l’ausilio del farmaco,
il cielo in una stanza d’isolamento,
scrivere le proprie memorie
col sangue e l’inchiostro,
sogno un onda
che va e viene.

Il farmaco,
veleno per uno
rimedio per l’altro,
vale obbligare-convincere
l’altro
a prendere il farmaco?

Ecco cosa mi è successo,
abitavo tra gatti e cani
e volontari animali,
mangiavo le loro scatolette,
almeno i gatti mi hanno voluto bene,
dal gattile al Mauriziano
e da li a Villa Cristina
per 280 euro al mese,
questa è la frontiera.

La potenza del farmaco
zittisce il corpo
meglio accettare per un po’
il disordine interiore,
abitare la differenza.

Non mi piace
la parola farmaco
preferisco l’omeopatia,
mi tengo il dolore
e non prendo il farmaco,
mi faccio operare
senza anestesia.

Ho preso i psicofarmaci,
con l’omeopatia peggioravo,
vado in crisi
ed ecco il repertino
e psicofarmaci,
tutta una serie di sintomi
e effetti collaterali,
mi dico:
bevi il tuo veleno tutte le sere,
e dopo molte ma molte sere
stavo meglio,
inizio a scalare
ma peggioro subito
e riprendo i farmaci;
ecco come si abita la frontiera
tra normalità e follia,
usando i farmaci.

Il farmaco necessita
del somministratore,
lui sa e io,
anche se so
oggi non dico niente,
medico, madre o amico
chi somministra sa
e io è meglio che obbedisco,
è come avere un amministratore
del tuo condominio psichico.

La fede come farmaco
è la disperazione degli atei
che cosi non guariscono mai,
mantra e sai baba,
maestri spirituali
sono meglio della lilly e della bayer,
non so voi
ma io sono seguace della scienza
di Mimi Ayuhardica
spacecake e dosi minime di canapa lassativa,
il farmaco qualcosa ha fatto
ma mai come mentelocale.

Da quattordici anni prendo il risperdal
senza effetti collaterali
e sto bene.

Sono un piccolo chimico,
troppe medicine
mi hanno trasformato
da piccolo principe
al piccolo chimico,
Haldol decathlon
non lo sopporto
ma loro non si fidano,
l’haldol porta
la stipsi del corpo,
e poi devi andare
giù con i lassativi.

Sudditanza al farmaco
dipendenza dal farmaco,
tutte le mie speranze
sono basate sul farmaco,
per la stabilità chimica
si crea un contenitore delle emozioni
se no straripa la rabbia,
attraverso il farmaco faccio i compiti,
mi aiuta a sopravvivere.

Siamo noi stessi
il farmaco;
rimedio e veleno
per noi stessi.

Non ho mai preso medicine in vita mia.


domenica 22 maggio 2011

Abitare la frontiera: fuga e smarrimento



Mente locale 10-05-2011

“Non accontentarti del orizzonte cerca l’infinito”


Cinque sensi e immaginazione
desideri ambiziosi
il male è da vincere
rose spuntate da pietre
bimbi che impastano il futuro
frutti con il gusto dell’alba
mondo che non è ma sarà
ho 36 modi per non svelare nulla
saluti a Ugo e da Ugo.

La fuga
meglio vedere con gli occhi
che vagare con i desideri
inseguire mete irraggiungibili
il saggio si accontenta di quello che ha
e io voglio piangere
fino a farmi mancare il fiato.

Anche se rimani delusa
tu vai avanti
istintivamente e inconsciamente
porta avanti le tue idee
perché l’identità
passa tramite le impronte delle labbra
e non solo dalle impronte digitali.

Come sottrarsi alla ripetizione?
Con la ripetizione della fuga?
Aspettative deluse
del socialismo e comunismo
propongo di fare un cd,
una compilation,
io ci metto Led Zeppelin e Robert Plant
ma anche
alba azzurra e acqua chiara.

Mimesi del comportamento
come un camaleonte o un iguana,
mimesi per paura del giudizio altrui,
per la vergogna,
oscillo tra due poli
tra il meglio di se stessi
e la paura del fallimento.

Comportamento mimetico
a seconda delle situazioni,
come indossare
un capotto mimetico
mi vesto mimetico
per paura della morte.

Mi sono stancata
della maschera intellettuale,
non la indosso più qua,
non voglio essere altro
che me stessa,
il gruppo permette la fuga
ma anche il ritorno.

Tutto il mondo
è fermo sul mio terrazzino,
questo significa abitare.

Vivo in una stanza
con le tinte nere,
e fugo da me
evadendo con lo shopping.

Da solo,
in camera mia,
mi sento onnipotente
fuori, sento la realtà
e mi sento vuoto,
impotente, codardo e vile
un circolo vizioso,
NON COPIATEMI.

Non mascheratevi
e non giocate con i sentimenti degli altri
ma soprattutto
rispetto dell’ospitalità altrui.

Da nessuna parte riesco a riposare
fughe e fallimenti
sono arrivato alla frutta,
fughe e tradimenti
tradimenti e fallimenti
ma non ti preoccupare
che sei in convalescenza.

Ero con la mamma
le dico:
non c’è la faccio più
ho il dolore e la tristezza innati,
mi è venuto il crepacuore
il cuore si è spaccato in due;
ma meno male che non era vero.

Rilassatevi tutti poiché
Dio non crea scarti.



Mente locale 17-05-2011

Fontane,
luminosi impianti d’acqua,
getti e grandiosità
per poveri e ricchi,
ninfei e tritoni
zampilli e lame d’acqua,
monetina e desiderio,
Nettuno e Poseidone
divinità molto scenografiche
guidano
le tre sorelle Fontana
che vanno nella piazza omonima
e trovano il naufrago,
il moltiplicarsi della sabbia che vola
apre orizzonti marini profondi,
ecco cosa canta
il naufrago di Derek Walcott.

Correttezza e precisione
il tempo non cessa mai
l’arte del tempo
sta nella scienza
ma dio sta nel particolare.

Tutto conta,
conta il tempo
in punto di morte,
con il rammarico
di non aver vissuto,
non buttare via niente
raccogli tutto.

L’operazione della speranza,
la speranza dei servizi sociali
fa rimanere i vigili attenti,
lei è aperta e disponibilissima
donna di grande fede
prima umana e poi esperta,
attrazione fatale e spinta spirituale
bisogna salutarsi sempre per strada
una sorpresa enorme arriva
valorizzando il lavoro degli altri.

Sono di doppia nazionalità,
Italo-svizzera
come la Hunziker
che non c’entra niente
o come Marchione
che c’entra meno ancora
perché è anche canadese.

Prendere e lasciare
ripetuto al infinito,
bacchettate divine
che fanno scattare la fuga,
fuggi,
vai a respirare
che arriva il perdono,
il pessimismo
vira verso l’ottimo,
un operatore buono
è un operatore morto,
si è reso inutile
tramite il successo del suo lavoro.
Valorizziamoci!!!!

Viaggi andata e ritorno
nel giardino del labirinto
la parte destra non si orienta più,
possessione piacevole
lo smarrirsi,
l’arte del perdersi
è risultato di una difficoltà dimenticata,
una deriva dolce
che certe volte
finisce in repertino.

Altro che perdersi
per quindici anni
sequestrata in casa
non ho visto la città
le strade e gli autobus
abito una città straniera.

Mi sono smarrito da tanto tempo,
smarrito in me stesso,
non trovo più la strada giusta
verso il proprio io.

Per decreto materno
e per la paura del perdersi
io non posso uscire da sola
se no arrivano sanzioni penali,
ho bisogno di un avvocato
non ho il coraggio di dire basta,
sono molto emozionata.

Smarrirsi è più profondo della felicità,
mi vergogno,
è una vita che mi perdo
una vita che mi angoscio,
fugo dalla realtà,
la realtà dei normali
una sensazione
dall’età della ragione,
inadeguata e persa
inadeguatezza e fuga
ma non so da cosa scappo;
scappo perché devo mangiare in orario,
io penso
che si nasce smarriti
in un mondo
che è
smarrimento e desertificazione,
e nel deserto c’è bisogno di acqua,
nel deserto abita il Signore
ma la vita non appartiene ai monaci.

Mi smarrisco
nel aspetto pratico della vita
mi smarrisco
quando ho tempo vuoto,
nel ozio proliferano i vizi
e i vizi si pagano caro.

A mente locale
si fa la cosmesi dell’io.

Lo smarrimento
si esprime
con l’indecisione della scelta,
io non mi sento cosi smarrito,
mi aiutano a scegliere i miei orientatori,
ma io non sempre ascolto i loro consigli
cosi sto in disparte
per non dare fastidio
in disparte
perché non ho niente da dire.

Trovare il bandolo
tra inadeguatezza e incapacità,
senza scelta
tra compromessi e inganni,
ho imparato a dire di no
prima a me
e poi agli altri.

Innumerevoli smarrimenti
nel mercato finanziario
ma anche in quello
di corso Racconigi,
smarrimento in ospedale
segni mancanti
indicazioni inadeguate
voglio il navigatore incorporato
un bon-ton che non si perde mai.

Non mi sono mai sentita smarrita
vado per la mia strada
e gli altri
vadano a farsi perdere.

Non ho coscienza dello smarrimento
un giorno smarrito
incontro Michele smarrito
uno ha accolto l’altro
e cosi ci siamo ritrovati.

Smarrimento centrifugo
vertigini profonde
fin nell’anima
forse cosi arriva
un minimo di riconoscimento
di se stessi.

La donna deve
l’uomo può
ecco la radice dello smarrimento.

Io ho una teoria
normale smarrirsi
bello ritrovarsi.

Mi hanno rubato il sorriso sul pullman
e mi perdo nelle case di cura
dove mi manca la libertà.

giovedì 5 maggio 2011

Abitare la frontiera


ABITARE LA FRONTIERA

ricerca poetico relazionale
promossa da rete Frontera

installazione, performance, danza, teatro e poesia

laboratorio urbano mente locale
società umane resistenti
urzene poesia in azione
antropocosmos
il tiglio

Cascina Roccafranca
10 giugno 2011
via rubino 45, h. 19.00